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Jeff Koons, ovvero la “dura” vita di un appropriation artist

28 novembre 2018

È di pochi giorni fa l’ultima decisione, pronunciata dal Tribunale di Parigi, con cui l’artista Jeff Koons (anche noto come il Signor “ho venduto una mia opera per 58.4 milioni di dollari”) è stato condannato per plagio.

Ultima decisione in ordine di tempo, poiché l’artista ha fatto registrare nella sua carriera un record negativo di cause intentate per analoghe motivazioni.

Molte delle condanne finora intervenute hanno riguardato opere ricomprese nel progetto artistico denominato Banality, realizzato da Koons nel 1988 e oggetto di numerose retrospettive, tra cui quella più recente presso il Centre Pompidou nel 2014, a seguito della quale molti artisti dalle cui opere Jeff Koons pare aver “attinto” hanno fatto “2+2”, individuando somiglianze con proprie creazioni tutt’altro che gradite.

Con la sentenza dell’8 novembre 2018, il Tribunale di Parigi ha ritenuto che l’opera di Jeff Koons “Fait d’hiver” costituisce plagio della fotografia realizzata nel 1985 da Frank Davidovici per la campagna pubblicitaria del brand d’abbigliamento Naf Naf.

Nel 2017, sempre il Tribunal de Grand Instance di Parigi aveva accolto la domanda di risarcimento del danno formulata da parte degli eredi del fotografo Jean-François Bauret, che nel 1970 aveva scattato la fotografia denominata “Enfants” a cui Jeff Koons si era ispirato per la realizzazione dell’opera “Naked”.

Risale poi al 1992 la condanna, questa volta pronunciata negli Stati Uniti, per il plagio della fotografia realizzata nel 1980 dall’artista Art Rogers attraverso la scultura tridimensionale “String of puppies”, cui è seguita nel 1993 quella pronunciata all’esito del procedimento United Feature Syndicate, Inc. v. Koons dove l’opera “incriminata” – sempre della serie Banality – era “Wild Boy and Puppy”, in cui era colpevolmente ripresa senza autorizzazione l’immagine di Odie, personaggio della striscia fumettistica Garfield. Sempre del 1993 è la condanna dell’artista nell’ambito della causa Campbell v. Koons, in cui l’opera “Ushering in Banality” è stata ritenuta violare i diritti di copyright vantati da Barbara Campbell sull’opera fotografica realizzata da quest’ultima.

Koons è stato poi portato, nel 2015, di fronte alla Federal District Court di Manhattan dal fotografo Mitchel Gray, che lo accusa di aver utilizzato senza autorizzazione la fotografia realizzata quest’ultimo per la campagna pubblicitaria della ben nota marca di gin Gordon’s, per realizzare l’opera “I could go something Gordon’s” ricompresa in un’altra serie artistica di Koons, denominata “Luxury & Degradation” e datata 1986.

Non sempre però le accuse rivolte all’artista hanno portato alla sua condanna. Nella causa Blanch v. Koons del 2006, la Corte d’Appello di New York infatti ha ritenuto che l’opera dell’artista statunitense “Niagara” – parte della serie “Easyfun-Ethereal” (del 2000) – costituisse una rivisitazione dell’opera fotografica originaria, sufficientemente distante da renderla un prodotto artistico autonomo.

Dall’impressionante elenco di vicissitudini giudiziarie si potrebbe pensare che Jeff Koons abbia passato più tempo a difendersi in tribunale che a lavorare alla realizzazione di nuove opere o che, perlomeno, queste vicende abbiano in qualche modo scalfito la sua notorietà ed il suo successo.

Tutto all’opposto, la fama di Koons è ad oggi senza precedenti, tanto che l’artista per esempio ha beneficiato di importanti collaborazioni con noti brand del settore della fast fashion come H&M, che ha reso la sua più celebre scultura “Balloon Dog” l’elemento iconico della collezione presentata nel 2014.

Senza contare che le numerose condanne inanellate dagli anni ’90 ad oggi l’hanno costretto al pagamento di importi a titolo di spese legali e risarcimento del danno per cifre che non rappresentano (nemmeno complessivamente) che una minima frazione di quelli che sono stati gli incassi registrati negli ultimi 30 anni di attività.

Ciò premesso, verrebbe da chiedersi se Jeff Koons non sia il più sfortunato e perseguitato degli artisti.

Sicuramente essere una personalità artistica di spicco nel panorama mondiale rende molto più facile la circolazione e diffusione delle sue opere e quindi molto più alto il numero di soggetti che potrebbero individuare nelle stesse delle similitudini border line con precedenti work of art di altri artisti meno rinomati. Dall’altra, il fatto stesso che Koons appartenga alla corrente artistica dell’appropriation art rende quasi fisiologico esporsi a questo tipo di rischio, dal momento che la stessa consiste in un’espressione artistica in base alla quale, partendo da preesistenti oggetti reali, immagini o altre opere d’arte, l’artista interviene eseguendo piccole modifiche sugli stessi o, addirittura, nessuna modifica.

Ed infatti, Koons non ha mai negato di aver conosciuto, prima della realizzazione delle proprie opere, quelle dei soggetti che poi gli hanno fatto causa. Al contrario, la sua difesa si è sempre basata sul fatto che sussistessero esimenti quali quelle del fair use e della parodia, in forza delle quali utilizzo delle opere precedenti fosse del tutto lecito.

Non da ultimo, un interessante esempio di appropriation art è stato fornito dall’artista senza dubbio al centro della maggior attenzione mediatica di questo periodo, ovvero Banksy, che nel 2017, in occasione dell’inaugurazione di una mostra su Jean-Michelle Basquiat a Londra, ha realizzato due murales nei pressi della sede dell’esposizione che – allo scopo di omaggiare l’artista – incorporavano alcune ben note opere di quest’ultimo, ovvero il protagonista del famoso dipinto “Boy and Dog in a Johnnypump” mentre viene perquisito da due agenti della polizia londinese nel primo e, nel secondo, un simbolo ricorrente nelle opere di Basquiat, la corona.

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